In Italia i giovani disoccupati “neet” superano la quota di 1,5 milioni

PersoneIl fatto che l’espressione sia entrata nell’ultimissima versione dell’enciclopedia Treccani non dovrebbe costituire motivo di vanto. Semmai, è la conferma di quanto il problema sia oramai concretamente grave.

Stiamo parlando dei “neet”, l’acronimo che nella lingua inglese significa “not in education, employment or training”. E identificano i giovani che non solo non hanno un lavoro, ma non lo stanno nemmeno cercando e non frequentano corsi di aggiornamento.

Un fenomeno che preoccupa tutta Europa in questo momento di recessione ancora profonda. Ma che in Italia in particolare sta diventanto ancora più dirompente. Perché stiamo parlando di una generazione che si ritiene “senza speranza”, che vive alla giornata, se non sulle spalle della famiglia di origine e non riesce a realizzare piani per costruirsene una propria o comunque per la creazione di una vita autonoma.

E’ bene ricordarlo oggi, con la pubblicazione dei nuovi dati sulla disoccupazione in Europa relativi al mese di marzo. Se a livello generale è salita a 9,5%, quella giovanile (15-24 anni) è cresciuta ancora di due punti al 35,9%.

Il dato potrebbe essere meno negativo se ci trovassimo di fronte a una realtà in movimento, di giovani che non hanno lavoro al momento ma che si preparano per farsi trovare attrezzati non appena ci sarà l’inversione della curva. Invece, una statistica uscita pochi giorni fa ci fa temere che così non sia.

Ce lo ha raccontato l’Ilo, l’Istituto internazionale per il lavoro legato alle Nazioni Unite: nella sua ultima statistica che si riferisce a tutto il 2011, si legge che in Italia il numero di “neet” in Italia ha raggiunto la quota di 1,5 milioni. Un numero che nei primi tre mesi del 2012 potrebbe essere salito ancora, visto che alla fine dell’anno scorso il tasso di disoccupazione giovanile era ancora al 32,6%. Inutile aggiungere che – secondo l’Ilo – il numero di “neet” ha raggiunto livelli “allarmanti”.

Ma non solo. L’Ilo sostiene che “seri problemi esistono anche riguardo alla qualità dei posti di lavoro creati”. Dall’inizio della crisi, la proporzione dell’occupazione a tempo determinato e a tempo parziale è aumentata fino a raggiungere rispettivamente il 13,4% e il 15,2% dell’occupazione totale. Inoltre, il 50% del lavoro a tempo parziale e il 68% del lavoro a tempo determinato non è frutto della libera scelta dei lavoratori.

Forse anche per questo i giovani si sono rassegnati.

Fonte: pagni.blogautore.repubblica.it