Negli Usa le guerre hanno creato migliaia di famiglie distrutte

Militari statunitensiUn’inchiesta del Wall Street Journal sui traumi e le ferite ancora aperte nelle famiglie dei soldati che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan

Certe ferite non si rimarginano mai. Restano li a sanguinare, fino a quando hanno la meglio sul corpo che non riesce più a sopportarle. Per esempio la morte di un figlio, un fratello, un marito in guerra. Dolori che continuano a fare vittime tra i famigliari, anche quando il lutto è passato e la guerra finita, come in Iraq.

Il Wall Street Journal ha dedicato un’inchiesta a questo problema, e leggerla fa venire i brividi. Sapevamo che circa 6.500 soldati americani sono morti, tra l’Iraq e l’Afghanistan, e sapevamo che le pene della guerra hanno un impatto molto duraturo sui militari che la vivono, dalle difficoltà di reinserimento quando tornano, fino ai casi di Post Traumatic Stress Disorder o di suicidio. Il quotidiano di Manhattan però è andato a vedere cosa succede ai famigliari dei caduti, e ha scoperto una realtà tanto triste, quanto dimenticata. Decine di genitori, coniugi, figli, fratelli e sorelle, che continuano a soffrire per anni, e spesso perdono la loro battaglia personale senza che nessuno tenga neppure il conto.

Ad esempio Christine Koch, una madre del New Jersey che nel marzo del 2008 ricevette la visita di una delegazione militare, inviata ad informarla che suo figlio Steven, caporale dell’esercito, era stato ucciso da un attentatore suicida in Afghanistan.

Si era messa a piangere, a battere sul petto dei soldati venuti a darle la notizia: non voleva crederci, perché mancavano solo cinque settimane alla fine del servizio di Steven, e ormai si immaginava già il momento in cui avrebbe bussato alla porta.

Chi la prese peggio di lei, però, fu la figlia Lynne, che a causa della differenza d’età aveva fatto spesso da madre surrogata al fratello. Lynne aveva semplicemente rifiutato il lutto, convincendosi che Steven era vivo e si nascondeva da qualche parte in Afghanistan. Il 6 maggio del 2010 mandò una mail ai genitori, dicendo che li amava molto. Il padre la chiamò per sentire se stava bene, e lei risposte che non c’erano problemi. Qualche ora dopo la polizia bussò alla porta di Christine, per informarla che sua figlia si era tolta la vita con un’overdose di farmaci. Lynne aveva finalmente realizzato che Steven non sarebbe mai più tornato, e quel pensiero era diventato insopportabile. Aveva pianificato il suicidio nei dettagli, lasciando note anche sul vestito con cui voleva essere seppellita.

Purtroppo il Wall Street Journal ha raccolto molte altre storie simili. Una madre di nome Debra, un padre di nome Scott, un fratello di nome Brian, vicende tutte tristemente uguali: persone che non accettano la perdita e finiscono per rinunciare anche alla propria vita, magari a distanza di mesi o anni.

Le forze armate americane offrono assistenza medica ai parenti dei caduti, ma non tenevano una statistica delle loro reazioni. Questi casi però sono diventati così frequenti, che la Uniformed Services University of the Health Sciences di Bethesda, in Maryland, ha deciso di condurre una ricerca a cui partecipano 3.000 persone, proprio per studiare gli effetti della morte dei soldati sui loro famigliari. L’obiettivo non è solo quello di raccogliere statistiche, ma di capire meglio il fenomeno per imparare a prevenirlo. In Iraq, infatti, non ci sono più militari americani, ma quella guerra sbagliata e ormai finita continua ad uccidere i loro parenti in America.

Autore: Paolo Mastrolilli / Fonte: lastampa.it