Times: la fine dell'Europa non è più impossibile

L'Unione Europea non è mai brillata per capacità di introspezione, scrive Charlotte McDonald-Gibson sulla prestigiosa rivista americana Time. Per anni l'Unione si è trascinata da una crisi all'altra, “promettendo a più riprese di attivarsi per sanare la crescente sfiducia dei suoi 500 milioni di cittadini, ma tornando poi puntualmente ai bisticci interni”. L'Uscita del Regno Unito dall'Unione, però, è un evento di portata differente; una parte importantissima dell'Ue se ne sta andando, e il “business as usual” non appare più un'opzione percorribile.

I membri fondatori dell'Unione, incontratisi ieri, paiono averne preso atto già lo scorso fine settimana, quando con un comunicato congiunto hanno avvertito che “né la semplice richiesta di maggiore Europa, né una fase di mera riflessione possono costituire una risposta adeguata” a un evento dalle implicazioni politiche ed economiche cosi' profonde.

Stabilire quale intervento adottare, però, non è facile. L'assoluta priorità è ovviamente quella di placare il panico e trovare un percorso di separazione il più possibile sereno e consensuale con il Regno Unito. I leader di Germania, Francia e Italia, che si sono incontrati ieri a Berlino, hanno spiegato che i negoziati con la Gran Bretagna non avranno inizio prima di una notifica formale.

Il secondo e ancor più arduo piano d'intervento è più strettamente programmatico: l'Europa deve cambiare passo, nella consapevolezza che la Brexit ha dato ulteriore impulso ai partiti euroscettici del Continente.

I capi di Stato e Governo riunitisi ieri in Germania si sono dati tempo sino a settembre per definire e avviare progetti tesi a promuovere un nuovo paradigma di crescita economica e sicurezza; si tratterà però anche di provare a ricostruire la fiducia nel progetto europeo: e questo, scrive McDonald-Gibson, “non sarà possibile a meno di elaborare una narrativa in grado di rivaleggiare con quelle dei movimenti nazionali” cosiddetti populisti che in realtà invece rappresentano il motivato disprezzo per la Ue da parte di ampie fasce di popolazione, ormai maggioranza in diversi stati, ad iniziare da Francia, Olanda e Italia, se si fa riferimento all'euro.

Non sarà facile ridare fiducia nella Ue: la stessa leadership europea è divisa in merito al futuro del progetto comunitario. Accentratori come il presidente della Commissione europea, Jean Claude-Juncker, hanno reagito al referendum Britannico chiedendo di accelerare il processo di integrazione politica ed economica degli Stati Ue ma si tratta di una visione “sempre più in contrasto con quella di molti Stati membri, “molti dei quali considerano l'Unione un mezzo, più che un obiettivo”: “I paesi dell'Ue perseguiranno sempre più politiche in stile britannico, in quanto guardano all'integrazione europea per ricavarne benefici concreti, e non a un movimento ideologico e quasi religioso verso la costruzione dell'Europa”, spiega Michael Leigh, del think tank German Marshall Fund.

La mancanza di una visione comune e soprattutto realistica, conclude McDonald-Gibson sull'americano Time, mina non soltanto il grande obiettivo di definire il “sogno Europeo”, ma anche e soprattutto numerose aree di intervento politico concreto, a partire dal fronte dell'immigrazione.

Solo il tempo, insomma, potrà dire se il voto britannico suonerà la sveglia all'Europa o sarà la sua campana a morto, e in questo caso il tempo corre molto veloce. Già a ottobre si voterà in Italia, l'anno prossimo in Francia e Germania. E l'Olanda potrebbe indire il referendum per abbandonare la Ue già nel prossimo inverno.

Fonte: ilnord.it

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