L'Italia dell'economia sommersa

Economia sommersaL'unica economia che non smette mai di crescere è quella del sommerso e delle attività illegali: vale 211 miliardi di euro nel 2014 secondo i nuovi dati Istat, che segnalano una evidente accelerazione del fenomeno rispetto al 2014: dal 12,4% al 13% del Pil, cioè 8 miliardi di euro in più.

La parte del leone la fa l'economia sommersa, con 194 miliardi e il 12% del Pil, mentre l'economia illegale vale l'1% del Pil (17 miliardi).

Se è vero che le attività illecite e criminose dipendono in buona misura anche da condizioni storiche di sottosviluppo, la rapida e costante crescita dell'economia sommersa è un segnale evidente di cattivo governo. Va detto, infatti, che non tutta l'evasione fiscale e il lavoro nero sono figli di logiche disoneste, ma spesso e volentieri, in periodi prolungati di crisi e di alta pressione fiscale (che il Bomba ha mantenuto ben oltre il 40%) ad alimentare sono la necessità di non fallire, proteggendo l'impresa, magari a conduzione famigliare, e i lavoratori, che diversamente andrebbero a gravare sulla casse dello Stato attraverso spesa per sussidi di varia natura.

Non a caso il 46,9% dell'economia invisibile proviene da sotto-dichiarazioni da parte degli operatori economici e il 36,5% da impieghi irregolari, mentre il contributo dell'economia illegale si limita all'8%.

Chi porta avanti politiche di austerità che impoveriscono i cittadini non può poi lamentarsi delle minori entrate fiscali o del lavoro nero. Non si tratta di giustificare i criminali che evadono anche quando l'economia tira, ma di distinguere l'evasione di sopravvivenza dal vero problema, la grande evasione, che questo Governo continua ad aiutare (vedere alla voce voluntary disclosures bis e tris). Peraltro se i grandi evasori esportano i loro capitali illeciti per riciclarli altrove, chi evade per sopravvivenza non sottrae i suoi piccoli guadagni dall'economia nazionale, ma semmai li spende per necessità primarie. Diversamente quei soldi finirebbero nelle casse dello Stato, che in buona parte li spenderebbe per pagare gli interessi ai creditori del debito pubblico, spesso esteri.

Perché questa è la realtà: l'Italia accumula da quasi 25 anni avanzi primari (cioè entrate fiscali maggiori della spesa pubblica depurata dagli interessi sul debito). Significa, in sintesi, che i cittadini lavorano per pagare tasse altissime che poi ingrassano la rendita finanziaria.

Basta guardare i dati: nel 2016 il deficit pubblico (entrate - spese) si attesterà al -2,4%, mentre l'avanzo primario (entrate - spese senza interessi) al +1,5%! La differenza tra i due numeri (3,9% del Pil) è quanto noi italiano paghiamo quest'anno in interessi sul debito: circa 70 miliardi di euro. Una follia che frena gli investimenti pubblici, la crescita e l'aumento dell'occupazione, condannando l'economia ad un circolo vizioso senza uscita.

L'unico modo di combattere l'evasione e il lavoro nero, in conclusione, è tornare a politiche economiche vicine ai bisogni dei cittadini. Basterebbe applicare la nostra Costituzione, invece che pretendere di cambiarla con la sponda delle grandi banche d'affari internazionali.

Fonte: beppegrillo.it

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