Crisi economica

Si sono stabiliti all'estero altri 2 mln di italiani

Altro che sola fuga di cervelli. C'è un nuovo ciclo di emigrazione italiana in corso, in larga misura frutto della crisi economica, che ha portato all'estero MILIONI di italiani di diverse provenienze e aspirazioni, dal laureato con master e il manager, al giovane in cerca di qualsiasi occupazione, purché sia lavoro, a intere famiglie che si mettono in viaggio sperando di trovare un modo degno di sbarcare il lunario.

Un flusso composito, caratterizzato da crescente precariato, che toglie risorse umane e competenze all'Italia e sottrae diritti e tutele ai nuovi emigrati italiani. E che quindi va gestito con nuovi strumenti e nuove capacità istituzionali nel mondo dell'associazionismo. Questo il quadro descritto e discusso oggi a Roma al convegno “Emigrare in tempo di crisi: necessità, opportunità. Più diritti, più tutele” promosso dal Faim, il Forum delle associazioni italiane nel mondo, che raccoglie le maggiori federazioni italiane ed estere in rappresentanza di oltre 1.500 associazioni nel mondo. E che oggi prende atto del fatto che l'esodo in corso è un fenomeno complesso - una “nebulosa”, è l'immagine usata da Enrico Pugliese, il coordinatore del comitato scientifico Faim - che difficilmente sarà fermato dal relativo miglioramento delle dinamiche economiche italiane.

I NUMERI

In base ai dati dell'Aire (Anagrafe Italiani residenti all'estero) gli italiani che vivono all'estero nel 2006 erano poco più di 3 milioni e oggi sono cinque milioni circa.

La povertà prodotta dalla globalizzazione

GlobalizzazioneI banchieri centrali non hanno mai fatto tanti danni all’economia mondiale quanti ne hanno fatti in questi ultimi dieci anni.

Possiamo anche dire che finora non hanno mai avuto tanto potere per farlo. Se i loro predecessori avessero avuto questo potere… chissà? Comunque, l’economia globale non è mai stata più interconnessa come lo è oggi, soprattutto per effetto dell’avanzamento del globalismo, del neoliberismo e forse anche della tecnologia.

Ironia della sorte, tutti e tre questi fattori vengono continuamente magnificati come forze del bene. Ma gli standard di vita per molti milioni di persone in Occidente sono scesi – o sono pieni di incertezze – mentre milioni di cinesi ora hanno un livello di vita migliore.

Alle persone in Occidente hanno detto di guardare a questo come ad uno sviluppo positivo; dopo tutto, permette di comprare prodotti che costano meno di quelli che produrrebbero le industrie nazionali. Ma insieme al loro posto di lavoro nella produzione, è sparito anche tutta la loro way of life, il loro modello di vita. O, piuttosto, si è nascosto dietro un velo di debiti, tanto da non poter credibilmente negare che circa tre quarti degli americani hanno difficoltà a pagare le bollette. Cosa che sicuramente non succedeva dagli anni ’50 e ’60.

In Europa occidentale questo è un po’ meno evidente, o forse è solo in ritardo, ma con il globalismo e il neoliberismo, che sono ancora le religioni economiche dominanti, non ci sarà via d’uscita.

Che è successo?

Beh, noi non facciamo più le cose. Ecco tutto. Dobbiamo comprare da altri tutte le cose che ci servono: sempre di più. E di conseguenza non abbiamo nemmeno le competenze per fare altre cose. Siamo diventati dipendenti, per la nostra sopravvivenza, da nazioni che stanno dall’altra parte del pianeta. Dipendenti da nazioni che sono interessate solo a venderci le loro cose, se le possiamo pagare. Nazioni che vedono le richieste di salario interno salire e che – dovranno – farci pagare i loro prodotti a prezzi sempre più alti. E noi non avremo altra scelta che pagare.

Economia italiana: peggio dell'Italia solo la Croazia

I veri dati su occupazione ed economia italiana sono impietosi, specialmente quando vengono messi a confronto con quelli del resto d'Europa

Al di là della retorica del governo Pd in Italia, i veri dati su occupazione ed economia sono impietosi, specialmente quando vengono messi a confronto con quelli del resto d'Europa.

L'Italia mostra alcuni segnali di ripresa, ma non ha ancora recuperato il terreno perduto dal 2008 né per il pil né per l'occupazione. Questa è la sintesi dell'approfondito studio della Ces (Confederazione Europea Sindacati) e dell'Etui (European Trade Unione Institute).

Questa debolezza dell'Italia non rispecchia la situazione della Ue: nel periodo 2008-2016 l'intera Ue ha registrato un aumento del Pil di 4,8 punti, anche se le persone occupate sono scese nello stesso periodo nell'intera Europa di 180mila unità.

L'Italia, nello stesso periodo 2008-2016, ha perso circa il 5% del pil. Si registra un leggero recupero nel periodo 2015-2016, ma di decimali. Nella classifica Ue l'Italia è al quartultimo posto: solo Grecia, devastata dalla Troika, Croazia, rovinata dall'ingresso nella Ue e Cipro, che dichiarò default, hanno fatto peggio.

Le migliori performance per il pil 2008-2016 si registrano in Irlanda, Polonia e Malta. Male anche il debito pubblico: l'Italia è il secondo peggior Paese della Ue dopo la Grecia.

Dal 2008 al 2016 il rapporto debito/pil è peggiorato del 30% circa. I Paesi più virtuosi sono Estonia e Lussemburgo. Nell'intera Ue il rapporto debito/pil è cresciuto dal 60% del 2008 all'88,5% del 2014 per poi scendere all'86% nel 2016, in Italia è al 133% del Pil.

I dati non sono rosei neppure per l'occupazione.

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