Bloomberg: centinaia di milioni di licenziamenti a causa della robotica

Centinaia di milioni di licenziamenti a causa della robotica“Bloomberg” torna ad affrontare il tema del reddito minimo universale, oggetto di un recente studio dell'Ocse, tramite un editoriale a firma di Yuval Noah Harari. Il progresso della robotica e dell'intelligenza artificiale, esordisce l'autore, produrrà quasi certamente un drammatico stravolgimento dell'economia, del commercio e dell'occupazione a livello globale.

La robotica cancellerà molto probabilmente centinaia di milioni di posti di lavoro in tutto il mondo, e potrebbe creare una vasta "classe non lavoratrice" i cui timori e speranze daranno forma alla storia del XXI secolo.

I modelli sociali ed economici esistenti, ereditati dai secoli scorsi, sono inadeguati a gestire dinamiche di questa entità. Harari cita ad esempio il Socialismo, che assume il lavoro, e dunque la classe lavoratrice, sia vitale per l'economia, e su questa imprescindibilità possa poggiare il proprio peso politico. Con la perdita di valore delle masse lavoratrici e del loro lavoro, questa ideologia rischia di divenire “del tutto irrilevante nell'arco dei prossimi decenni”.

Il reddito minimo universale sta ottenendo crescente attenzione da parte di analisti, economisti e accademici proprio perché ritenuto uno dei possibili modelli atti a far fronte alle future dinamiche socio-economiche.

Il reddito minimo universale poggia su una qualche istituzione - probabilmente gli Stati - affinché redistribuiscano con al tassazione le ricchezze di miliardari e grandi aziende che controlleranno gli algoritmi dei robot, e dunque le “chiavi” per la creazione del valore.

Il denaro derivante dalla tassazione dovrebbe essere impiegato per garantire ad ogni persona la copertura dei bisogni di base. La speranza - scrive Harari - è di “attutire” gli effetti della perdita di lavoro e dell'emarginazione economica per i più poveri, e proteggere così i più ricchi dal furore dei primi. Non tutti ritengono che il reddito minimo universale diverrà davvero uno strumento necessario. I timori legati agli effetti occupazionali dell'automazione risalgono al XIX, e sinora non si sono mai davvero materializzati.

Ci sono però buone ragioni per ritenere che questa volta le cose andranno diversamente: la vera discriminante potrebbe essere la capacità di auto-apprendimento delle macchine. L'uomo - sottolinea Harari - gode sostanzialmente di due tipologie di abilità: quelle fisiche e quelle cognitive; ai progressi dell'automazione sul fronte dell'occupazione manuale, sinora l'uomo ha sempre potuto rispondere col suo monopolio sul settore dei servizi. Con l'esordio delle intelligenze artificiali, le nuove occupazioni possibili richiederanno una bassissima intensità di manodopera e un livello elevatissimo di specializzazione e creatività.

È in questo contesto che il reddito minimo universale diventerà una necessità, secondo i suoi promotori. L'autore dell'editoriale, però, non nasconde lo scetticismo: il reddito di base soffre a sua volta di diversi problemi: primo fra tutti, non è chiara la definizione di reddito “minimo”, né quella di “universale”. Solitamente il concetto è espresso con riferimento a specifici ambiti nazionali, e dunque in riferimento ai cittadini di uno specifico Stato, e non all'intero consorzio umano: in questo senso, spesso si fa ricorso alla formula di “reddito di cittadinanza”.

E non a caso, i primi esperimenti concreti di reddito minimo hanno riguardato contesti circoscritti, come lo Stato canadese dell'Ontario e la cittadina di Livorno, in Italia. Tuttavia, il problema di questa prospettiva nazionale e municipale è che “le principali vittime dell'automazione potrebbero non viverei n Finlandia, ad Amsterdam o negli Usa”.

La globalizzazione ha reso gli abitanti delle economie avanzate dipendenti dal lavoro schiavista o come minimo sottopagato e senza alcuna garanzia di quelle in via di sviluppo, ma l'automazione potrebbe scardinare questa forma di co-dipendenza, distruggendo in un certo senso la dimensione commerciale della globalizzazione come oggi la conosciamo.

Con l'automazione del lavoro e dei servizi, i flussi di capitale che fluivano ad esempio dalle economie avanzate verso i centri manifatturieri dell'Asia Sud-Orientale potrebbero venire presto riorientati verso i già a opulenti colossi tecnologici della California.

Un altro ostacolo è l'assenza di una definizione condivisa riguardo i bisogni “di base”: in termini puramente biologici, sottolinea l'autore, l'Homo sapiens necessita dell'apporto di 2.500 calorie giornaliere per sopravvivere; superata questa “soglia di povertà biologica”, a definire i bisogni essenziali sono soprattutto fattori culturali.

Un altro “nodo” è quello della salute: “Se nel 2050 i progressi medici consentiranno di rallentare i processi di invecchiamento ed estendere in maniera significativa l'aspettativa di vita, i nuovi trattamenti verranno messi a disposizione di tutti i 10 miliardi di individui sul pianeta, o solo di pochi miliardari?”.

Comunque si scelga di definire questi bisogni umani fondamentali, poi, “una volta concessi gratuitamente a tutti, verranno dati per scontati”, e le tensioni politiche si concentreranno su beni “di lusso”. In assenza di leve economiche reali, le masse potranno difficilmente far valere le proprie rivendicazioni, e il divario in termini di reddito, opportunità e condizioni di vita finirà per ampliarsi e cristallizzarsi.

I futuri “poveri” potrebbero godere di condizioni di vita materiali assai migliori rispetto a quelle odierne, ma comunque ritenersi a ragione vittime di un sistema ancor più sbilanciato di quello attuale a loro sfavore.

Il reddito minimo universale potrebbe riuscire a migliorare le condizioni di vita medie degli individui tra mezzo secolo, conclude l'autore; ma difficilmente renderà le persone soggettivamente più soddisfatte, anzi: l'uniformazione causerà probabilmente l'effetto contrario, col rischio di aumentare lo scontento e le tensioni sociali.

Fonte: ilnord.it

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