Genetica

Sequenziato il genoma del koala

La sequenza del genoma aiuterà a documentare e comprendere la diversità genetica del koala e sarà utile per il suo futuro lavoro di conservazione

I risultati di questa ricerca aiuteranno il lavoro di conservazione del koala.

Uno studio pubblicato su Nature Genetics(1) rivela che un team di scienziati internazionali è riuscito a sequenziare il genoma del koala. Un risultato che aiuterà il lavoro di conservazione e sopravvivenza di questo marsupiale australiano.

Per la dottoressa Rebecca Johnson,(2) direttrice del Museo australiano delle ricerche di Sydney, il lavoro, considerato ambizioso dagli specialisti, ha portato alla luce una ricchezza di dati sulla dieta di eucalipto insolita e altamente specializzata dei koala, ma fornisce anche idee importanti sul loro sistema immunitario, sulla diversità della popolazione e sull'evoluzione di questi animali.

Il team, composto da oltre 50 scienziati provenienti da sette nazioni, ha scoperto che il koala durante l'evoluzione ha acquisito una capacità di eliminare sostanze tossiche dal suo organismo, che ha permesso a questa specie di nutrirsi di foglie di eucalipto. È attraverso questa evoluzione che i koala hanno anche acquisito la destrezza di sviluppare un'alta sensibilità sia nel gusto che nell'olfatto, per rilevare sostanze nocive in queste foglie e selezionare quelle che hanno più sostanze nutritive e, quindi, meno tossiche.

Nella loro ricerca, gli scienziati hanno anche scoperto che questa capacità di sensibilità sviluppata li ha aiutati a rilevare le foglie più ricche di acqua, il che spiegherebbe perché non hanno bisogno di bere.

Scoperti i geni che regolano la comparsa di tumori nella sclerosi sistemica

La sclerodermia è una rara malattia autoimmune sistemica che può essere caratterizzata da un aumento della frequenza di alcuni tipi di tumori

Una ricerca dimostra che nella Sclerosi sistemica, sclerodermia, alcune molecole regolatrici del nostro genoma, microRna, possono controllare lo sviluppo di tumori

Ricercatori dell’università di Verona guidati da Claudio Lunardi, docente di Medicina interna, e dell’università di Genova coordinati dalla dottoressa Marzia Dolcino e da Antonio Puccetti, docente del dipartimento di Medicina sperimentale, hanno pubblicato sulla rivista “Frontiers in Immunology” i risultati di una ricerca che dimostra che nella Sclerosi sistemica, sclerodermia, alcune molecole regolatrici del nostro genoma, microRna, possono controllare lo sviluppo di tumori quali, ad esempio, le neoplasie mammarie, polmonari ed ematologiche.

La ricerca

La sclerosi sistemica, Ssc è una rara malattia autoimmune sistemica che può essere caratterizzata da un aumento della frequenza di alcuni tipi di neoplasie, in particolare neoplasie mammarie, polmonari ed ematologiche. La ragione di questa associazione era ancora sconosciuta. “Nella nostra ricerca – ha spiegato Puccetti – abbiamo voluto indagare se particolari fattori genetici possano giocare un ruolo nel favorire lo sviluppo di tumori nei pazienti con Ssc. Attraverso un’approfondita analisi genetica condotta su 540 mila geni umani abbiamo dimostrato che le varie categorie di geni legati allo sviluppo della SSc (ad esempio geni che controllano le lesione delle cellule endoteliali dei vasi, lo sviluppo della fibrosi cutanea e degli organi interni, la risposta autoimmunitaria e infiammatoria) comprendono anche geni che partecipano allo sviluppo di tumori o che sono coinvolti nei processi di carcinogenesi”.

Studiate le forme di vita nelle brine del Polo Sud per capire la vita su Marte

Indagine georadar in un lago perennemente ghiacciato in AntartideUn team di ricerca al quale partecipa anche l’Istituto per l’ambiente marino costiero del Cnr sta studiando le forme di vita nelle brine dei laghi ghiacciati del Polo Sud, ambienti che ripropongono condizioni estreme simili a quelle presenti sul Pianeta Rosso. La ricerca è stata pubblicata su Scientific Reports

Un team di ricerca italiano del quale fa parte anche l’Istituto per l’ambiente marino costiero del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iamc) di Messina, oltre alle Università dell’Insubria, di Perugia, di Bolzano, di Trieste, di Venezia e della Tuscia, ha studiato in Antartide le brine, liquidi molto salati, in cui prosperano microorganismi che si sono adattati a vivere in crio-ecosistemi (sistemi estremi caratterizzati da basse temperature).

Lo studio è stato condotto in un lago perennemente ghiacciato di Tarn Flat, nella Terra Vittoria, dove sono stati rinvenute due distinte comunità di funghi in due strati di brine, separati da un sottile strato di ghiaccio di 12 cm. I risultati ottenuti sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.(1)

“Quanto evidenziato rende possibile ipotizzare una prospettiva di vita anche in ambienti analoghi, quali le Lune ghiacciate del sistema solare o Marte. L’ipotesi che possa esistere una qualche forma di vita in ambienti extraterrestri è legata al fatto che vi è stata rilevata la possibile presenza di brine, come in Antartide”, spiega Maurizio Azzaro del Cnr-Iamc, coautore dello studio. “I crio-ecosistemi sono studiati per comprendere come queste realtà funzionino sulla Terra e quali potrebbero essere le fonti di energia in grado di consentire la vita in analoghe condizioni estreme. Ancora non sappiamo se nelle brine di altri pianeti del sistema solare ci siano microbi ma per studiare la possibile abitabilità di tali sistemi extraterrestri, in futuro, si potrebbero impiantare microbi terrestri”.

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