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Facebook manipolata dai governi

Facebook manipolata dai governiIl social network pubblica uno studio su come governi e altri attori usino profili finti e attività coordinate per condizionare l’opinione pubblica. Ecco cosa emerge

Dopo mesi di polemiche su fake news, propaganda, attacchi informatici condotti da Stati e relative diffusioni di dati, Facebook esce allo scoperto e prende posizione sul tema. Il social network ha infatti pubblicato il suo primo rapporto sulle “operazioni di informazione”, guerre informative tra Stati condotte in modo sotterraneo anche attraverso la piattaforma.

Le information operations e Facebook

Cosa siano le “information operations” lo spiega lo stesso report. Si tratterebbe di “azioni intraprese da attori organizzati (governi o soggetti non-statali) per distorcere il sentimento politico interno [a una nazione, ndr] o esterno [in una nazione straniera, ndr], soprattutto per raggiungere un obiettivo strategico e/o geopolitico”. Tali operazioni “includono una combinazione di metodi, quali notizie false, disinformazione, reti di profili finti diretti a manipolare l’opinione pubblica”.

Metodi definiti dal report come “amplificatori falsi”, ma ci torniamo.

Media manipolatori: Trump fa un favore al mondo, inavvertitamente

Molti si aspettavano che il presidente Trump avrebbe rivelato al mondo la verità sull’11 Settembre.

Molti si aspettavano che il presidente Trump avrebbe ristabilito un equilibrio geopolitico mondiale, togliendo alla Russia l’odiosa caratterizzazione di “Stato canaglia”.

Molti si aspettavano (e tuttora sperano) che il presidente Trump riveli al mondo la verità sulla correlazione tra vaccini e autismo.

Mentre probabilmente nessuna di queste speranze si avvererà fino in fondo, c’è il rischio che Donald Trump porti a termine, senza nemmeno volerlo, la completa demolizione della credibilità dei media mainstream. Trump infatti è talmente impegnato a portare avanti la battaglia per proteggere le bugie che lui stesso si inventa quotidianamente, che senza volerlo sta minando alle fondamenta il ruolo ultracentennale che ha avuto fino ad oggi la stampa di regime: quello di stabilire che cosa fosse “la verità”. Ecco alcuni esempi di come opera Trump. Quando si è inventato che «la questione del global warming è una invenzione dei cinesi per danneggiare la nostra economia», i giornalisti gli hanno chiesto di portare qualche prova di questa sua affermazione, ma Trump ha preferito mandarli al diavolo dicendo che «i giornaslisti non hanno la minima idea di come giri il mondo».

Quando Trump si è inventato che la Clinton ha vinto il voto popolare «solo perché 3 milioni di elettori illegali hanno votato per lei», la stampa gli ha chiesto di dimostrare le basi di questa sua affermazione. Ma lui, invece di portare le prove di quello che sosteneva, ha attaccato la stampa dicendo che sono «le persone più disoneste che esistano sul pianeta».

Brexit: l'Economist è dalla parte dell'Unione Europea

BrexitE ora, si è arrivati all'arma del ricatto vero e proprio. A palesarlo è l'Economist che scrive: “Lo spirito di trionfo degli antieuropeisti del Regno Unito - afferma il settimanale britannico da sempre schierato contro la Brexit e a favore della Ue - è destinato a sgonfiarsi con la notifica di uscita dall'Unione Europea e l'inizio dei negoziati, per un motivo che pochi hanno afferrato: il primo punto della lista di Bruxelles sarà una richiesta enorme di denaro, forse 60 miliardi di euro, quanto basterebbe a organizzare cinque volte Olimpiadi come quelle di Londra; potrebbe essere uno shock per gli elettori, ai quali era stato promesso un risparmio di 350 milioni di sterline a settimana con la cancellazione del contributo al bilancio comunitario”.

Ovviamente questa pretesa da parte della Ue è campata in aria, perché proprio il voto per la Brexit taglia i rapporti in essere con la Ue, altrimenti che uscita sarebbe? Ma per l'Economist non è così: si fa portavoce dei ricattatori di Bruxelles, disperati per non poter più “mungere” la Gran Bretagna.

In ogni caso, una disputa sul costo del divorzio potrebbe far deragliare le trattative già nella fase iniziale. Secondo le stime del Centre for European Reform, il conto che presenterà la Ue alla Gran Bretagna potrebbe andare da un minimo di 25 miliardi di euro a un massimo di 73. E l'idea stessa della contrattazione irrita gli eurocrati di Bruxelles: i negoziatori della Commissione sostengono che l'accordo di divorzio debba precederne ogni altro, ad esempio quello sulle nuove relazioni commerciali.

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